Visualizzazione post con etichetta dignità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta dignità. Mostra tutti i post

lunedì 25 aprile 2011

Calamandrei: la Costituzione oggi, nata dalla Resistenza

Fra le tante distruzioni di cui il passaggio della pestilenza fascista è responsabile, si dovrà annoverare anche quella, non riparabile in pochi anni, del senso della legalità. Per vent'anni il fascismo ha educato i cittadini proprio a disprezzare le leggi, a far di tutto per frodarle e per irriderle nell'ombra.

Dietro ogni articolo della Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa Carta.
 
Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione.

La Costituzione deve essere considerata, non come una legge morta, deve essere considerata, ed è, come un programma politico. La Costituzione contiene in sé un programma politico concordato, diventato legge, che è obbligo realizzare.

La libertà è come l'aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare.


domenica 13 marzo 2011

Lavoro e dignità: buste paga


Sempre sul tema del lavoro si segnala un dato sugli stipendi italiani che, secondo quanto emerge dal rapporto 2010 dell'Eurispes, sarebbero tra i più bassi  nei paesi industrializzati. Nel documento l'istituto ricorda che nell'area Ocse a parità di potere d'acquisto, il nostro paese occupa il 23° posto sui 30 paesi monitorati, con un salario medio netto annuo che ammonta a 21.374 dollari, pari a poco più di 14.700 euro.
Tra i paesi con il maggior salario medio netto annuo per un lavoratore senza carichi familiari si collocano tra i primi dieci:
Corea del Sud (39.931 dollari), Regno Unito (38.147), Svizzera (36.063), Lussemburgo (36.035), Giappone (34.445), Norvegia (33.413), Australia (31.762), Irlanda (31.337), Paesi Bassi (30.796) e Usa (30.774).

Il nostro Paese si colloca dopo quegli altri paesi europei con retribuzioni nette annue che si aggirano in media intorno ai 25.000 dollari, tra i quali:
Germania (29.570), Francia (26.010), Spagna (24.632), e superando invece solo: Portogallo (19.150), Repubblica Ceca (14.540), Turchia (13.849), Polonia (13.010), Slovacchia (11.716), Ungheria (10.332).

Da noi, dal 2001 al 2006, la proporzione tra le retribuzioni delle figure dirigenziali è cresciuta passando da un rapporto di tre a uno fino ad un rapporto di quattro a uno . Anche, o persino, l'Ocse ha raccomandato i governi nazionali di fare di più per ridurre le diseguaglianze.  A questo va aggiunto che i salari d'ingresso sono sempre più magri e i giovani nei primi anni di lavoro sono costretti ad accettare retribuzioni che difficilmente superano i mille euro mensili con contratti atipici la cui natura "flessibile" non sempre trova giustificazioni. Retribuzioni quasi mai agganciate ad alcun minimo contrattuale di categoria. In un mercato del lavoro drasticamente mutato, sono sempre più necessari nuovi e più efficaci strumenti di tutela del potere d'acquisto dei lavoratori.

Volendo fare un paragone con gli altri cittadini europei, il lavoratore italiano percepisce un compenso salariale che è inferiore del 44% rispetto al dipendente inglese, guadagna il 32% in meno di quello irlandese, il 28% in meno di un tedesco, il 19% in meno di un greco, il 18% in meno del cittadino francese e il 14% in meno di quello spagnolo.       
In parole povere il lavoratore italiano percepisce un compenso salariale pari a quasi la metà del costo effettivamente sborsato dal datore di lavoro per la sua prestazione professionale, a causa dell'eccessivo costo del lavoro. Una situazione veramente difficile ed intollerabile che costringe milioni di italiani a faticare per arrivare alla fine del mese e per chi ha famiglia la situazione diventa ancora più complicata.


martedì 8 marzo 2011

Lavoro e dignità: morti invisibili

Latenti e spesso mortali, è allarme per le malattie professionali.
Le patologie da lavoro sono cresciute in un biennio dell'11%: un fenomeno insidioso e difficilmente quantificabile anche a causa dei lunghi periodi di incubazione.

Delle circa 27-28.000 denunce rivolte all'Inail ogni anno per ottenere il riconoscimento dell'indennizzo ne vengono riconosciute circa 9.000, pari al 33%. E di queste oltre 5.000 vengono indennizzate.

La differenza tra le malattie riconosciute e quelle indennizzate è dovuta all’esistenza di una franchigia: si tratta cioè di patologie più lievi che possono determinare un grado di menomazione inferiore al 6%. Inoltre tra le malattie indennizzate, circa 4.300 determinano una menomazione permanente, 600 inabilità temporanea e 250-300 l'anno causano la morte.
E di queste ultime il 90% è dovuto a neoplasie, soprattutto da asbesto (amianto), o ad altre forme tumorali.

Si tratta di numeri che non lasciano certo indifferenti…
I 250-300 casi riguardano morti che derivano da malattie relative ad anni recenti, perché la
rappresentazione del fenomeno si basa solitamente sugli ultimi cinque anni.
Vuol dire che questi 250-300 casi fanno riferimento a malattie professionali denunciate in ciascun anno del quinquennio 2003-2007. Però questa non è l'effettiva e definitiva dimensione del fenomeno, perché il dato reale potrà essere completamente rilevato solo tra alcuni decenni.

Le malattie professionali, infatti, hanno caratteristiche e connotazioni completamente diverse rispetto agli infortuni, che sono causati da un evento traumatico: la morte sopravviene per lo più al momento stesso dell'infortunio o al massimo (praticamente nella totalità dei casi) entro 180 giorni dall’evento.
Per le malattie professionali, invece, il problema è completamente diverso.

I dati sono purtroppo destinati ad aumentare, non solo per effetto di casi ancora in corso di definizione, ma anche e soprattutto in considerazione delle caratteristiche di latenza di alcune patologie che possono portare alla morte anche dopo molti anni dall'esposizione, dalla contrazione o dalla manifestazione della malattia. Ma questi effetti si potranno vedere soltanto in una prospettiva di lungo periodo, tra venti o venticinque anni circa, perché  molte malattie hanno una latenza pluridecennale.

sabato 5 marzo 2011

Lavoro e dignità: morti bianche

Morti per lavoro:

Anno 2007    1.207
Anno 2008    1.120 

Anno 2009    1.050
Anno 2010    1.080

Il totale dei morti sui luoghi di lavoro è di 593 , + 6,5% rispetto al 2009. Se si considerano i lavoratori morti in itinere o che lavorano sulle strade spostandosi con mezzi di trasporto propri o aziendali si arriva a contare 1080 vittime e oltre 25.000 invalidi.

Le categorie con più vittime sono sempre quelle degli anni scorsi:
l'edilizia ha superato quest'anno l'agricoltura e ha registrato il 28,4% sul totale (167 morti),
l'agricoltura il 28,1% (165 morti), l'industria il 12,5% (73 morti), l'autotrasporto l'8,7% (51 morti), l'artigianato il 4,4% (30 morti nell'installazione o manutenzione di impianti elettrici, fotovoltaici, revisione caldaie ecc.), l'esercito italiano l'1,9% (12 vittime di cui 11 in Afghanistan). Gli stranieri morti sono stati il 10,1% sul totale (60 vittime), di cui il 41% sono romeni; nella fascia d'età compresa tra i 19 e i 39 anni. La percentuale raggiunge il 15% sul totale degli stranieri.

L'attuale crisi globale potrebbe portare a un generale peggioramento degli standard di salute e sicurezza, perché con l'instabilità economica aumenta la precarietà, si allungano gli orari, cresce il lavoro irregolare nei paesi in via di sviluppo e si riducono i controlli.
Ogni 15 secondi nel mondo si registrano 160 infortuni e un morto sul lavoro, a causa di un incidente o di una malattia professionale.